Il traffico. Le code che segnalano l’ingresso delle location da non perdere. I manifesti, le vele, i tram con le livree firmate per l’occasione. Le installazioni che punteggiano la città. La fiera dove si concentrano i contenuti core del Salone del Mobile, cioè i mobili. Che faticano a tenere la scena quando parliamo “dell’appuntamento centrale per la design community globale”, come lo definisce l’ufficio stampa della manifestazione.
Bagni, cucine e tutto quanto fa design
L’edizione numero 64 del Salone Internazionale del Mobile di Milano – 21-26 aprile 2026 – torna a parlare di bagni (col Salone internazionale del Bagno) e cucine (Ftk-Tehcnology for the kitchen), ma attiva esperienze e sperimentazioni che parlano di tutto con tutti i 300 e passa mila visitatori conteggiati ogni anno: dall’ecologia ai rifiuti, dall’urbanistica alla meditazione, dal cibo all’arte, con Maurizio Cattelan, ospite fisso, che ha inaugurato la festa con un mercato del baratto in Piazza Duomo alle 7 del mattino.
I marciapiedi del Fuori Salone
Nell’euforia condivisa dell’incontro con grandi firme e grandi forme – da attraversare, per partecipare alla performance – si incrocia anche il lavoro, lo studio, il conflitto, la politica. Non quella delle passerelle degli onorevoli tra gli stand della fiera, ma quella imprevedibile delle strade della città.
Come piazza del Duomo occupata, alla vigilia, dai movimenti destrorsi che straparlavano di remigrazione, mescolati, loro malgrado, “all’avanguardia dei visitatori attesi per il Salone del mobile” (Gad Lerner, sul Manifesto). E, ancora, quella dei marciapiedi della Statale, su cui si confrontano le scritte tipografiche del Fuori Salone – “Interni Materiae”, 40 installazioni nei cortili dell’Università – con le scritte manuali dei banchetti elettorali studenteschi, in cui compaiono parole che credevamo confinate al ‘900, come “Vota l’alternativa comunista”, sul lenzuolo bianco con un testo rosso giusto all’ingresso dell’università.

Studenti contro espositori
Se davanti all’ateneo non è immediato distinguere l’esposizione aziendale dai presidi degli studenti, all’interno i due mondi entrano in contatto utilizzando gli stessi mezzi. Succede nel centro del chiostro principale, che ospita “Mater: dalle macerie dell’Ucraina, un simbolo di ricostruzione”, installazione ideata dall’architetto Alessandro Scandurra per la multinazionale delle costruzioni Holcim: un anello di macerie urbane che “nasce dall’esperienza della ricostruzione delle scuole in Ucraina”, spiega il pannello introduttivo.
Ma prima di entrare nell’installazione occorre passare in mezzo a un corridoio esperienziale non registrato sulla mappa del Salone: due tratti di rete metallica, fissati su basi da cantiere, con fotografie di case di ringhiera e ferrovie, grattacieli e demolizioni, mappe di Milano e poliziotti in tenuta antisommossa. Il linguaggio è identico: frammenti, materiali poveri o riciclati, una disposizione che impone al visitatore di entrare nell’opera e un titolo evocativo, “Hypocrisy” contro “Mater”. “Un’installazione polemica e d’inchiesta” che dialoga con l’azienda del calcestruzzo “coinvolta in diverse trasformazioni urbane che hanno saccheggiato la nostra città”. Firmato “L’installazione dell3 student3”, perché anche la scrittura è design.

Chi sfama i visitatori
Poco più in là, il formaggio e la salsa di pomodoro. Per davvero: tra le 40 installazioni della Statale, ci sono pure quelle del Parmigiano Reggiano e della Polpa Mutti. Non a caso si è parlato di abbuffata (“Urge una riflessione sulla natura del design diffuso”, rileva Giacomo Voltolina sul Corriere della sera). Ma poi a fare gli straordinari per la cena sono soprattutto gli invisibili, quelli che durante il Salone raddoppiano il numero di consegne giornaliere – dalle 3-4 abituali alle 6-8 per sera – per una paga oraria che va dai 3 (secondo le ultime cronache giudiziarie) ai 10 euro l’ora. E quando si spengono le luci vanno a dormire fino ad Abbiategrasso e Mortara, perché le trasformazioni urbane alla fine qualcuno le paga, come dicono gli student3.
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