una citazione di Mark Fisher al Goldsmiths College di Londra una citazione di Mark Fisher al Goldsmiths College di Londra

Il conflitto in Iran è diventato una parte della nostra vita?

Prima dei social media, è l’accelerazione del mercato a inibire le nostre capacità di reazione. La critica anticapitalista di Mark Fisher applicata alla guerra in Medio Oriente

di Martina Bianchin

L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha riportato la guerra al centro dell’agenda globale. Ogni giorno, per qualche ora tutto sembra urgente, decisivo. Seguiamo le reazioni dei mercati, le dichiarazioni delle cancellerie, l’andamento del prezzo della benzina. Poi accade qualcosa di familiare: quell’urgenza si stempera. La guerra resta, ma smette di apparire come un’interruzione del quotidiano. Torna ad essere sfondo.

Non è cinismo ma realismo capitalista

È una sensazione difficile da nominare senza sembrare cinici. Ma non è né cinismo né indifferenza: è «realismo capitalista»: uno stato d’animo collettivo, una forma di rassegnazione talmente diffusa da essere diventata invisibile. La definizione è di Mark Fisher (nella foto). Filosofo, critico culturale, insegnante al Goldsmiths College di Londra e blogger con lo pseudonimo K-Punk, Fisher ha tentato di leggere insieme cultura pop, depressione clinica, lavoro precario, musica, politica e collasso dell’immaginazione collettiva. Si è tolto la vita nel gennaio 2017, a quarantotto anni, dopo anni in cui aveva scritto pubblicamente della propria depressione come di un fenomeno non solo personale, ma strutturale.

Mark Fisher

Il suo saggio più noto, Capitalist Realism (Zero Books, 2009), nasce da una provocazione attribuita a Fredric Jameson e Slavoj Žižek: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Fisher la trasforma in ipotesi di lavoro. Il problema, argomentava, non è soltanto l’ingiustizia del sistema economico, ma il fatto che questo sistema sia riuscito a presentarsi come l’unico orizzonte possibile, come la realtà stessa. Il punto non è soltanto come vengono raccontate le crisi, ma il modo in cui siamo stati educati a viverle. Tutto arriva troppo in fretta e, soprattutto, non resta. Manca il tempo perché qualcosa si depositi e diventi pensiero. E anche eventi di portata storica sembrano faticare a incidere davvero nell’esperienza di chi li osserva. Li attraversiamo. Li scorriamo. E quasi subito il ritmo del presente li riassorbe.

Assimilare il trauma della guerra

Guardare al conflitto iraniano attraverso questa lente non è un esercizio intellettuale. Perché il punto non è dire che il conflitto in Iran “dipende dal capitalismo” in modo semplicistico. È capire come persino la guerra venga percepita dentro un orizzonte che tende ad assorbire tutto, persino il trauma, trasformandolo in gestione ordinaria della crisi. In un altro elemento del flusso.

Fisher aveva avuto un’intuizione ancora più radicale, sviluppata nel saggio Ghosts of My Life (2014), in cui analizzava quella che definiva «lenta cancellazione del futuro»: il problema del presente non è soltanto che il futuro fa paura, ma che facciamo fatica a immaginarlo. Viviamo tra promesse di innovazione permanente, ma spesso dentro una ripetizione sterile, culturale e politica. «Tutto cambia continuamente», scriveva Fisher, «ma pochissimo si trasforma».

Berardi e il corpo sotto pressione

Qui si inserisce il confronto con Franco “Bifo” Berardi. Attivista e saggista bolognese, fondatore di Radio Alice durante il Settantasette, amico di Mark Fisher, nel saggio After the Future (2011) lega questa crisi dell’immaginazione all’accelerazione dei media, alla saturazione nervosa, alla fatica psichica legata all’iperstimolazione. Dove Fisher mostra il blocco dell’orizzonte, la paralisi dell’immaginazione collettiva, Berardi ne descrive quasi gli effetti corporei, fisiologici: esaurimento dell’attenzione, difficoltà di elaborazione, ritiro verso la reazione immediata. Qualcosa che consociamo bene perché è diventato discorso comune a proposito dei social media.

La crisi dell’attenzione

Questa diagnosi ci riguarda, quindi, molto più di quanto sembri. Perché quella fatica si sente: nella difficoltà a concentrarsi, nell’ansia diffusa, nella sensazione di vivere sempre dentro emergenze senza sbocco, o vivere il presente in terza persona, quasi come guardando la nostra vita da una finestra. Non sono soltanto problemi individuali. Sono anche effetti sociali, che possiamo verificare nella caduta di produttività, di partecipazione politica, di capacità di pianificare a lungo termine.

In questo stato, persino il desiderio cambia forma. Non sparisce, ma si accorcia. Si sposta su gratificazioni immediate, su reazioni veloci, su indignazioni che si consumano presto. È difficile che diventi progetto. È difficile che diventi azione collettiva.

Si può superare la sensazione di impotenza?

La guerra in Iran, allora, non è soltanto un fatto geopolitico, è un sintomo. Perché se persino davanti alla guerra continuiamo a scorrere, non riusciamo a trasformare ciò che vediamo in qualcosa che resti, allora il problema non riguarda tanto il conflitto, quanto il modo in cui il presente ci educa a viverlo.

Non è questione di denunciare il capitalismo cattivo: occorre chiedersi perché anche le crisi che dovrebbero incrinare il mondo sembrano invece rafforzarlo. Che cosa succede a una società quando perfino la guerra smette di apparire come un evento che può cambiare qualcosa? Fisher non offre soluzioni facili, ma ci costringe a vedere che l’impotenza non è naturale. È prodotta. E, se è prodotta, può anche essere interrotta. Che oggi sia difficile immaginarlo, forse, è esattamente il problema.