Il 68% degli italiani dedica più di un momento della giornata a tenersi informato. Il 44% lo fa con piacere e curiosità, il 27% lo considera un dovere civico, il 16% perché spinto da esigenze di studio o lavoro. Eppure, il 74% di quegli stessi cittadini dichiara di non fidarsi di quello che legge online. È la contraddizione che emerge dal sondaggio Radar Swg condotto a marzo 2026.
La facilità di accesso alle notizie è gratificante
Il sondaggio rivela che il 70% degli intervistati si dichiara “abbastanza soddisfatto” della propria esperienza informativa online e il 10% “molto soddisfatto”. Una percezione sostenuta dalla grande facilità di accesso alle informazioni: il 74% degli intervistati sostiene che “riesce ad accedere facilmente a tutte le informazioni di cui ha bisogno”, anche se questo comporta un sovraccarico di informazioni (56%).
Le notizie online: false, distorte, contraddittorie
Tuttavia, richiesti di valutare la qualità dell’informazione, tre italiani su quattro la giudicano negativamente: il 76% riferisce di essersi imbattuto in notizie che si sono rivelate false o fortemente distorte, il 74% ha la chiara sensazione che i contenuti che vede siano il frutto di una selezione personalizzata degli algoritmi e ancora il 74% “spesso non si fida di quello del legge online”. Infine, il 69% rileva che le informazioni disponibili online sono spesso poco affidabili o contraddittorie tra loro.

L’accessibilità, in altri termini, non è sinonimo di qualità. Anzi, nella misura in cui abbassa la soglia di pubblicazione a zero — chiunque può scrivere qualsiasi cosa e diffonderla istantaneamente — diventa essa stessa una delle cause principali della sfiducia diffusa.
La reputazione del giornale a difesa dalle fake news
Le strategie adottate per analizzare le notizie indicano anche come sta cambiando la fruizione dell’informazione. Al primo posto, tra i criteri che rendono l’informazione online autorevole e credibile, troviamo la presenza di riferimenti a fonti verificabili (57%), seguita dall’equilibrio e l’assenza di una posizione politicamente di parte (41%). Tolte queste considerazioni di carattere generale e teorico (le convinzioni politiche influenzano sempre chi scrive e, anzi, non dichiararle può essere strumentale, mentre la scelta delle fonti da citare può essere anch’essa soggetta a cherry picking e quindi fuorviante), al terzo posto troviamo quello che tradizionalmente è sempre stato l’elemento chiave su cui si struttura la fiducia nell’informazione: la reputazione della testata giornalistica o del sito (28%). Un dato piuttosto basso, che indica una perdita di fiducia nelle agenzie informative classiche – come testimonia anche la disaffezione verso la lettura dei giornali.
Il giornalismo dei creator
Segue, con il 26% delle preferenze, “che l’articolo sia scritto da un giornalista di cui mi fido”. Qui si tocca il tema trattato recentemente da Deborah Turness, la ex amministratrice delegata della britannica BBC News, nota per essersi dimessa a novembre 2025 in seguito agli attacchi di Donald Trump per un servizio che lo riguardava. Parlando a un evento dedicato al giornalismo televisivo, Turness ha notato come l’ascesa del “giornalismo dei creator” stia spingendo il pubblico a lasciare i tg tradizionali a favore di una nuova forma di giornalismo “uno-a-uno”, veicolata da piattaforme come YouTube, TikTok e Substack e basata sulla personalità dei singoli.
“Secondo i dati riportati da Turness – scrive Paola Cavaglià su Primaonline – negli ultimi cinque anni, 4 milioni di persone hanno abbandonato la tivù tradizionale per la propria informazione, streaming incluso. Allo stesso tempo, abbiamo visto triplicare il numero di chi si informa su YouTube e un aumento di dieci volte per quanto riguarda TikTok”.
La domanda di informazione a pagamento si va esaurendo
Infine, soltanto il 3% degli intervistati ha indicato come elemento di affidabilità il fatto che l’informazione provenga da una testata o una piattaforma a pagamento. Questo induce un’ulteriore riflessione: gli italiani fanno indigestione di informazione perché è gratis e si accontentano di una qualità generale così così. Non che siano sprovveduti: sanno bene che la qualità ha un prezzo, ma al momento non sono disposti a pagare per informarsi.
Per Deborah Turness, sono i giornali a dover fare la prossima mossa: “Se i media tradizionali vogliono prosperare – o anche solo sopravvivere – devono ricominciare da dove si trova oggi il consumatore. E perché questa strategia risulti efficace, va ricercato un equilibrio tra lo stile spesso soggettivo dei creator online e i principi di neutralità tipici dell’informazione televisiva”.
